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«Noi grazie alla scuola siamo preparati sul referendum, là fuori la maggioranza temo di no». Matteo Balbi all’uscita dallo scientifico Copernico, a due passi dal Lingotto, spiega: «Per noi è un dovere informarci, molti di noi sono al primo voto». I diciottenni sono avvantaggiati per gli sforzi di tanti istituti. Dibattiti, gare sulla Costituzione, lezioni integrate con pillole di attualità. Davanti alle impalcature della facciata del classico D’Azeglio, frequentato da Bobbio e Pavese, sembra di ascoltare navigati costituzionalisti. Un insulto è dare del populista a chi la fa troppo semplice. «Siamo più informati dei nostri genitori», conferma Federico. «Che ne sarà del porcellum con il no?» domanda uno ai compagni. Stretti nei Moncler discutono di decreti, liste bloccate o aperte, articoli del Financial Times e rispondono senza una piega se gli si chiede cos’è il Cnel. «Fuori, al bar, su Facebook, si sentono tante stupidaggini – dice Tommaso Perosino, pallanuotista, farà scienze gastronomiche – mi informo il più possibile, ma temo saranno elezioni politiche». C’è chi non si rassegna alla disinformazione. «Sul WhatsApp di classe abbiamo chi ci manda Bignami per il sì», racconta Matteo del compagno Tommaso Seita. «Non ho resistito. Avevo visto su Facebook una delle tante bufale, che il Senato sarà indiretto», si giustifica lui, che sogna un lavoro nella Silicon Valley. Pietro Geuna coi compagni ha dato vita a un giornalino che come primo numero si chiama «Sì o no» e ha organizzato un confronto tra Zagrebelsky e il deputato Mattiello. Pietro, che ha vissuto a New York coi genitori, prof universitari, è per il no. «Un voto consapevole», rivendica.

Il no sembra farla da padrone, ma gli studenti conoscono la riforma? «Interessa chi è già un po’ informato. Molti seguono i genitori o sono ammalati di antipolitica. Qualcuno non conosce neppure gli organi dello Stato». Anche a scuola c’è chi rimane impermeabile. «Voto no per non annullare la democrazia», dice secca Elisa Demarchi, del Copernico, che si informa un po’ in tv, un po’ sul Web, «ma nulla di particolare». Maria Chiara Daniele, D’Azeglio, ammette: «È un referendum difficile». David Comiato, che studia all’istituto Luxemburg ed è un piercer, spiega che molti in classe non sono preparati: «Almeno però abbiamo ricevuto un’infarinatura». Si parla del bonus cultura per i 18enni. «Mossa elettorale? Con me non ha funzionato», dice Marco. Ma tutti andranno a votare. «Voto sì per ridurre i parlamentari e semplificare la burocrazia, penso che il 90 per cento dei miei compagni voti no», spiega Mario Masullo, del professionale Boselli. C’è chi punta su informazioni last minute, ma la docente Natalia Ferrazza che gira le classi per spiegare i nodi della riforma non si stanca di ripetere: «Per farsi sentire bisogna conoscere. Mi chiedono cosa voto, lo dirò lunedì».

Fabrizio Assandri

© La Stampa - 30 novembre 2016

 

I diciottenni alla prova del voto
pubblicato in data
01.12.2016