[ 22 giugno 2011]

 

Il D'Azeglio ricorda Giancarlo Pajetta
(Torino 24 giugno 1911)

 

Il Liceo “D’Azeglio” ricorda, nel centenario della nascita, Giancarlo Pajetta, ex-allievo espulso a 15 anni per tre anni “da tutte le scuole del Regno” per la sua attività antifascista, detenuto per due anni nelle carceri minorili, condannato nel 1933 a 21 anni di carcere per “attività eversiva”, partigiano e uomo politico, presidente dal 1944 con Ferruccio Parri e Alfredo Pizzoni del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, deputato al Parlamento italiano dal 1946 alla sua morte nel 1990 e al parlamento europeo dal 1984.

“Avevo degli amici tra i compagni di scuola: non solo quei tre o quattro ragazzi che stavano al Borgo (1) e, come me, tutte le mattine prendevano il tram numero 5 per arrivare al D’Azeglio, ma anche altri, fra i compagni di classe. Ricordo Vittorio Foa, mio vicino di banco, uno di quelli che in qualche modo gravitavano intorno ad Augusto Monti (2), il quale non era soltanto un professore, ma un maestro capace di lasciare un segno su molti suoi allievi.

Quando fui espulso dal liceo, pochi vennero a trovarmi; diciamolo pure, non venne nessuno: non inventiamo solidarietà postume e non stendiamo un velo pietoso su quegli anni di indifferenza e di viltà. Arrivò a casa mia soltanto un ragazzetto che non conoscevo; era stato mandato dal padre, il professor Cosmo (3), un antifascista, un socialista. E venne per dirmi che suo padre voleva che sapessi che era con me. Un segno del clima in cui per un lungo tempo visse il nostro paese. Eppure potrei fare un elenco di quelli che poi si svegliarono, diedero prova di coraggio, patirono il carcere e fecero la Resistenza. I ritmi della storia non furono quelli della mia impazienza di allora (…)

Tutte le storie, anche la storia del Liceo D’Azeglio, sono più complicate di quello che appaiono (…) Capire le cose,o anche soltanto tentare di lavorarci intorno, è ancora difficile. Per fortuna, se è ancora difficile e i risultati lasciano perciò a desiderare, almeno oggi ce ne occupiamo. Non rimpiangerò mai il tempo in cui la politica non era di moda, non era per i ragazzi che andavano a scuola: quando il maggior insulto che ricevetti fu di essere chiamato ‘anarchico’ da un ragazzo ignorante, in mezzo a tanti ignoranti non solo ragazzi. Avevo rifiutato quasi con sdegno una Vita di Mussolini scritta da Pini, distribuitaci in classe dal bidello. Dal canto suo, il professore, più ignorante del ragazzo, cercava di convincermi a prendere il libro perché intanto veniva offerto gratis!”

(Giancarlo Pajetta, Il ragazzo rosso, Milano, Mondadori 1983, pp. 56. 61)

 

1. Giancarlo Pajetta abitava in Borgo San Paolo, il borgo operaio di Torino, con i genitori, Elvira, maestra elementare allontanata dall’insegnamento dal regime fascista, e Carlo, avvocato, e con i fratelli Giuliano (nato nel 1915), combattente nelle Brigate Internazionali durante la Guerra di Spagna, deportato a Mauthausen, uomo politico e deputato, e Gaspare (nato nel 1925), caduto in un combattimento con truppe tedesche il 13 febbraio 1944 a Megolo.

2. Giancarlo Pajetta fu espulso da tutte le scuole per tre anni nel marzo del 1927, mentre frequentava la seconda liceo B: il suo professore di italiano era Augusto Monti. Tra i suoi compagni Vittore Catella, Vittorio Foa, Alberto Levi, Leonardo Pestelli.

3. Umberto Cosmo, insegnante di italiano e latino nel corso liceale A del "D’Azeglio", era stato costretto ad abbandonare la cattedra nel settembre del 1926 per le pressioni del Ministro della Pubblica Istruzione che gli contestava l’incompatibilità tra il suo insegnamento e le direttive del Partito fascista.

 

Il “processo” a Pajetta

 

Nei documenti dell’Archivio Storico del Liceo D’Azeglio si conserva un corposo fascicolo riguardante il caso Pajetta.

Il primo documento è datato 14 gennaio 1927 ed è la minuta di una lettera indirizzata al Prefetto di Torino: il Preside, prof. Carlo Steiner, comunica il ritrovamento nei locali della scuola di manifesti e opuscoli di propaganda comunista indirizzati agli studenti, ricorda le sue indagini per scoprire il responsabile e sottolinea di aver interrogato l’allievo Giancarlo Pajetta il quale, senza voler confessare, è parso “assai turbato”. Il Preside invia al Prefetto il materiale sequestrato “con l’animo profondamente addolorato per il contegno di questo studente che divulgando tra i nostri giovani i velenosi opuscoli della propaganda dei senza patria mirava a turbare la bella armonia di cuori che regna nelle nostre scuole quando si tratta dell’avvenire e della grandezza della patria.”

Segue una lettera dello stesso tono datata 15 gennaio 1927 e indirizzata al Provveditore agli Studi di Torino.

Vi sono poi le minute delle deposizioni di alcuni allievi come quella dello stesso Giancarlo Paietta, che nega di appartenere al Partito Comunista e di aver distribuito materiale propagandistico, di Enzo Arnaldi, che sostiene invece di essere a conoscenza che il Pajetta ha portato a scuola i materiali in oggetto, di Antonietta Bassignana, che afferma di aver avuto dal Pajetta alcune dispense di un’opera di Carlo Marx, di Vittore Catella, che ricorda il fatto che il Pajetta e il Levi hanno lavorato presso un’officina per far propaganda politica presso gli operai e che il Pajetta ha cercato di “vincere gli scrupoli religiosi che la Bassignana opponeva alla propaganda comunista.”

È conservata la minuta di una lettera del 7 febbraio con cui il Preside invia al Provveditore copia del verbale del Consiglio dei professori tenutosi lo stesso giorno per discutere della punizione disciplinare da infliggere al Pajetta. Il Preside lamenta che “una valutazione della reale gravità dei fatti sfuggì ai professori” e parla di “mancanza di sensibilità politica”: in effetti i professori, con una lunga discussione tenutasi dalle 14.30 alle 19.00, avevano cercato di sminuire la gravità dei fatti. Si era parlato di “litigi e paroloni di bambini”, di “una condanna che può essere la rovina di un ragazzo, alunno nostro da sette anni e impregiudicato, che può mettere in gravi cimenti una famiglia. Una condanna che non concluderà ad ogni modo nulla, perché il punito ha diritto di ricorso e la cosa continuerà.” Insomma, il Consiglio non aveva voluto prendere posizione: “Udita la relazione presidenziale circa i fatti riguardanti l’alunno Paietta, della seconda liceale B – considerato che, qualora di detti fatti fosse accertata l’indole, essi potrebbero assumere tale carattere di gravità politica da esulare dalla competenza del Consiglio stesso – dichiara di non essere in grado di proporre adeguati provvedimenti disciplinari.” Vota contro la mozione il Preside, votano a favore 23 insegnanti su 30; 6 docenti si astengono.

Nonostante il fatto che il Consiglio proponga la revoca della sospensione del Pajetta, il Preside il giorno seguente scrive al Provveditore chiedendo come debba comportarsi con lo studente e il Provveditore risponde lo stesso giorno insistendo per la sospensione dalle lezioni in attesa di decisioni. Il 9 febbraio il Preside scrive nuovamente al Provveditore perché decida sulla sospensione a norma dell’art. 36 del R.D. 30 aprile 1924 n. 965 e il Provveditore risponde confermando da sospensione in attesa di ratifica da parte del Ministero, del che il Preside dà comunicazione all’avvocato Carlo Pajetta, padre di Giancarlo.

Si arriva così all’epilogo: il 14 marzo 1927 il Preside Rosario Russo convoca in Seduta straordinaria il Consiglio dei professori.


“Alle ore 16,30 si trovano adunati, nella solita sala dei professori del liceo, i professori del R. Liceo-Ginnasio in seduta plenaria. È assente la professoressa Motta-Ciaccio per motivi di salute. Presiede il Preside. Funge da segretario il prof. Augusto Monti. L’ordine del giorno porta: “Punizione disciplinare”. Prima di entrare in argomento, il Preside fa ai presenti caldissima raccomandazione di mantenere il segreto di ufficio e ricorda a tutti l’impegno assunto all’atto del giuramento. Deve ripresentare al Consiglio il caso dell’alunno Giancarlo Paietta della seconda liceale B, accusato di propaganda comunista tra gli alunni di questo Liceo. Quando la questione fu trattata nella seduta del 7 febbraio 1927, parve ad alcuni professori desiderabile che i fatti fossero sottoposti all’esame dell’autorità giudiziaria mentre in alcuni altri sorse il dubbio circa la competenza del Consiglio stesso. Questi due ostacoli ad una deliberazione definitiva ora sono rimossi perché è pervenuta alla Presidenza, per via gerarchica, una lettera di S. E. il Ministro della P. Istruzione, dalla quale risulta appunto che sulla gravità dei fatti attribuiti al Paietta si è pronunciata la suprema autorità scolastica, e che la competenza del Consiglio è fuori discussione.Il Preside dà lettura a questo punto della lettera di S. E. il Ministro della P. Istruzione. In essa, così commenta il Preside, anzitutto il Ministro valuta i risultati delle indagini condotte dal Preside Steiner e dall’Ispettore Arnaldo Monti e li riconosce concludenti; in secondo luogo addita quale potrebbe essere la pena adeguata alla mancanza, e cioè la espulsione da tutti gli istituti del Regno; dalla quale indicazione emerge la gravità della mancanza stessa. Ne consegue che il Consiglio può deliberare tranquillamente e liberamente sulla punizione da infliggersi all’alunno Paietta. Il prof. Fulcheri è del parere che la votazione debba avvenire a scrutinio segreto. Il Preside non accede alla proposta Fulcheri. Il prof. Luzzi domanda che si sottopongano al Consiglio le risultanze delle indagini e della inchiesta, giacché egli fu assente dalla seduta precedente e non ha alcun elemento di giudizio. Il Preside risponde che non ha documenti da produrre e che i professori, che si trovano nella condizione del prof. Luzzi, potranno, se credono, astenersi dalla votazione. Ritiene che non ci sia luogo a discussione, e propone formalmente che l’alunno Paietta Giancarlo della seconda liceale B sia allontanato da tutti gli Istituti del Regno. Si procede alla votazione per appello nominale. Il Preside precisa: chi voterà sì approverà la sua proposta; chi voterà no la respingerà. Parlano in relazione al voto dato nella precedente seduta i professori Bongini, Masera, Oddone, Voghera e Voglino, nonché il prof. Predella. I risultati della votazione sono i seguenti: presenti 35; hanno votato sì i professori: Steiner (Preside), Alberto, Barale, Bernardi, Bongini, Casalegno, Cerruti, Ciaffi, Damilano, Foa, Fournier, Fulcheri, Largaiolli, Lobetti-Bodoni, Masera, Mattalia, Oddone, Pandolfi, Piva, Provale, Sasso, Segre, Tonolli, Voghera, Voglino, Zini (n. 25). Ha votato no il professor Predella. Si sono astenuti i professori Bersano, Luzzi, Provale (assenti dalla precedente seduta) e i proff. Badellino, Borgogno, Monti, Pascal, Regis, Russiano (n. 9). Il Consiglio delibera quindi l’espulsione dell’alunno Giancarlo Paietta da tutti gli Istituti del Regno."

 

Il 30 marzo 1927 la Giunta Regionale per le Scuole medie del Piemonte, presieduta dal Provveditore, Umberto Renda, respinge il ricorso dell’avvocato Pajetta e conferma la sospensione del figlio Giancarlo, sostenendo che la “mancanza” non può “essere considerata una semplice ‘offesa alle istituzioni’, ma quale una vera e propria azione diretta – a mezzo della propaganda comunista – a instillare e diffondere nei giovani alunni idee e propositi intesi, come ultimo fine, a sovvertire la costituzione dello Stato.”

 

 

Lo stato autoritario che il regime fascista stava costruendo richiedeva l’eliminazione di ogni forma di opposizione, specie nella scuola, che doveva essere la fucina delle nuove generazioni. Era quindi necessario mettere a tacere ogni voce fuori dal coro: anche se si trattava della voce “pericolosa” di un ragazzo di 15 anni, una voce per di più, a quanto ricorda lo stesso Pajetta, abbastanza isolata.
Il “ragazzo rosso” avrebbe presto conosciuto le patrie galere, ma vogliamo pensare che il suo esempio, allora poco compreso in una società che tendeva al consenso, abbia dato frutto: nel 1935 al posto di frontiera di Ponte Tresa Alberto Levi, fratello di Natalia Ginzburg e compagno di classe di Pajetta, e Sion Segre Amar vengono trovati in possesso di volantini antifascisti di G.L. Alberto riuscirà a rifugiarsi in Svizzera, Sion sarà arrestato. E molti altri studenti incontrati in quelle aule dal giovanissimo Giancarlo avranno storie importanti.

“Tre ragazzi di quegli anni, oltre me e mio fratello, divennero poi deputati. Foa, il mio compagno di banco della seconda liceo, nonostante i miei ostinati tentativi, di politica proprio non voleva occuparsene. Non dimostrava per questa nessun interesse, malgrado avesse già una viva curiosità intellettuale per tante cose. Massimo Mila ha già raccontato come io cercassi invano di convertirlo e come inutilmente gli dessi del materiale di propaganda. Passarono gli anni e feci in tempo a ritrovarmeli tutti e due in carcere, come esponenti di Giustizia e Libertà, con Augusto Monti e altri.”

(Giancarlo Pajetta, Il ragazzo rosso, Milano, Mondadori 1983, pp. 56-57)