[20 ottobre 2008]

Il LICEO “D’AZEGLIO” RICORDA L’ALLIEVO DI UN TEMPO VITTORIO FOA

E nella stessa classe di Pajetta sedeva davanti a me nella corsia di centro in prima e poi in seconda un “cannone”, Vittorio Foa, che in seconda fece “il fulmine”, passando in terza a luglio per scrutinio con l’otto di media, e a ottobre conseguendo la maturità fra i primi classificati, ebbene io lo conobbi sì e lo apprezzai per intelligenza, applicazione, portamento da piccolo gentiluomo, ma fuori di lì niente, alla “banda” dei miei non s’aggregò per nulla, e un bel dì cosa successe? che Leone Ginzburg, già laureato, prima di partir nel 1932 per Parigi con quella borsa di studio, venne da me e mi disse fra l’altro “... durante la mia assenza per qualunque cosa far capo a Vittorio Foa, lo ricorda?”; ricordavo sì, ma... non avrei mai creduto; non avrei mai previsto che quattro anni dopo lo scolaro all’esame del Tribunale Speciale avrebbe battuto di tanto il professore, lui venticinque e questi solamente cinque.

Augusto Monti, I miei conti con la scuola, D’Azeglio - scuola di resistenza

LA VITA

Vittorio Foa è nato a Torino il 18 settembre 1910. Dopo essere stato deputato alla Costituente per il Partito d’Azione, ha lavorato a lungo nel movimento sindacale della CGIL ed è stato parlamentare socialista per più legislature. Dal 1987 al 1992 è stato senatore per il gruppo PDS, nonché membro della 11^ Commissione permanente (Lavoro, Previdenza sociale).
Pur avendo lasciato Torino da giovane, Foa ha mantenuto sempre forte la sua appartenenza a questa città e alla sua cultura. Nel 1998 gli è stata per questo conferita la cittadinanza onoraria.

LA SUA ESPERIENZA AL LICEO CLASSICO “M. D’AZEGLIO”

Nel suo libro Il Cavallo e la Torre (Einaudi, 1991) Foa ricorda il periodo trascorso al liceo “D’Azeglio” con queste parole: “A 15 anni ero al “D’Azeglio”, attorno al quale si era creata una specie di leggenda antifascista. Quel liceo era una buona scuola per la futura classe dirigente borghese. I suoi docenti erano persone serie che non si lasciavano condizionare dalla contingenza politica. Il più noto dei nostri insegnanti, Augusto Monti, era un sincero antifascista e fu poi condannato con me dal tribunale speciale nel 1936; non parlò mai di “libertà” ma leggeva Dante, Boccaccio e Ariosto in modo da farci capire che l’arte è un valore che non può essere contaminato dalle contingenze economiche o politiche. In sostanza l’insegnamento non era contro il fascismo, era oltre il fascismo. (…) Il “D’Azeglio”, la cosiddetta culla dell’antifascismo torinese, che in realtà era uno strumento formativo che trascendeva le contingenze politiche e quindi anche la contingenza del fascismo, era quindi antifascista solo in quanto vedeva il fascismo come una contingenza. (…) Monti era l’insegnante responsabile della biblioteca dell’istituto; suo aiutante era Leone Ginzburg. Lo conobbi lì (e ne nacque una fortissima amicizia, che li vide molto uniti anche nella lotta politica antifascista nella Torino degli anni trenta, fino alla tragica morte di Leone nel 1944, n.d.r.) (…) Ma il liceo mi coinvolse politicamente su un percorso diverso dall’insegnamento. Mio vicino di banco era Giancarlo Pajetta (…) la sua propaganda rivoluzionaria non mi coinvolgeva, il suo esempio morale sì. Quando poi egli fu prima sospeso e poi espulso da tutte le scuole del Regno, e poco dopo anche imprigionato per la sua attività comunista, io entrai in una crisi seria. Pajetta era mio amico, gli volevo bene e lo ammiravo. La sola forma di solidarietà sarebbe stata quella di fare come lui, ma non me la sentivo. Non avevo la sua fede politica, non avevo, come lui, un’organizzazione e una famiglia militante alle spalle. Ma questi erano in fondo dei pretesti: la verità è che non me la sentivo. E per parecchio tempo, per circa cinque anni, non riuscii più a capire che animale ero. La mia passione politica era bruciante, ma non riuscivo a darle uno sbocco. Da questa condizione uscii solo quando adottai la cospirazione nel movimento di Giustizia e Libertà (intorno ai vent’anni, n.d.r.).” Foa aggiunge poi: “A sedici anni chiusi col liceo che mi era diventato insopportabile e andai a lavorare in una banca. Andavo incontro al solito desiderio di mio padre, e al tempo stesso pensavo che un ambiente completamente nuovo e la costrizione del lavoro mi avrebbero restituito l’equilibrio.”

LA VITA POLITICA

La vicinanza di Giancarlo Pajetta, gli insegnamenti di Augusto Monti, Zino Zini, Arturo Segre e l’influenza di Antonio Gramsci tramite le letture, indirizzano Foa, fin dalla prima adolescenza, alla politica. Lui si racconta così: “Sono arrivato alla politica, nell’adolescenza e nella prima giovinezza, per una strada stretta. Fu quella dell’opposizione al fascismo: tutti i grandi temi della vita collettiva si sono dimensionati su quel solo obiettivo. (…) I fascisti allora stavano distruggendo la democrazia parlamentare, sola forma politica accettabile ai miei occhi, sola espressione della ragion politica, della verità. (…) Che quella strada fosse stretta – continua Foa – l’ho pensato solo dopo moltissimi anni, quando ero già avanti nell’età adulta. Ma non ho mai pensato che fosse una strada povera o sbagliata: era stretta e disagevole, ma proprio perché disagevole era carica di passione.”
Foa, aderente al movimento clandestino Giustizia e Libertà, viene arrestato nel 1935 e rimane in carcere a Roma per otto anni, fino al 1943.
La privazione della libertà venne vissuta da Vittorio Foa con la forza della coerenza delle proprie idee e dei propri valori. Sono anni che lo portano a studiare, a riflettere e ad analizzare, non rassegnandosi mai, pur minacciato dalla lunga permanenza in carcere, ad un impoverimento della mente, per cercare, come sempre, di capire per poi partecipare. “Arrivato al termine di una lunga esperienza di galera non ritrovo in me quella gioia smodata che l’immaginazione presagiva, ma solo un senso di responsabilità”, scrive Foa ricordando quegli anni.
Nel 1949, Vittorio Foa entra nella CGIL di Di Vittorio a dirigere l’ufficio economico, scegliendo una strada che lo vedrà protagonista della storia sindacale del dopoguerra e lo renderà, durante gli anni del boom, della ricostruzione industriale e del ’68, uno dei dirigenti sindacali più amati e più popolari, punto di contatto tra il mondo intellettuale e il movimento operaio. Dirigente sindacale e deputato torinese dal ’53 al ’68, Foa trae dal rapporto diretto con il movimento operaio torinese il valore dell’azione collettiva come motore di trasformazione del paese, coniugando tale ispirazione con i temi della libertà e dell’autonomia. “Il compito del sindacalista non era di trasmettere ma di suscitare energie di pensiero e di azione, di aiutare al governo di se stessi per fini più alti e solidali” scrive sempre ne Il Cavallo e la Torre.
Più avanti negli anni, Foa inizia a scrivere libri dove ricorda le sue molte esperienze del passato. Cerca nella storiografia, e non più nell’ideologia, come aveva fatto nel passato, gli strumenti di comprensione del reale. Nella prefazione di un suo libro, Per una Storia del Movimento operaio (Einaudi, 1978), scrive: “Lo stimolo a riflettere, e poi anche a scrivere, di storia è nato dai problemi pratici affrontati nella mia vita di lavoro sindacale e politico. (…) È chiaro che non mi sono rivolto alla storia per trovare delle risposte alle domande della politica. Purtroppo la storia non è in alcun modo una maestra di vita.”
Concludendo la sua autobiografia Il Cavallo e la Torre, Foa riflette su tutto ciò che ha visto e vissuto dicendo: “Io non so fino a che punto la mia condizione personale influenza il mio giudizio sulla vita e sul mondo. La mia è una vecchiaia serena (…) e non so se questo mio stato d’animo mi porti a vedere il mondo più bello di quello che esso è. Può darsi. Io so che il mondo non è bello, so anche che io sto perdendo le mie forze. Ma un vecchio non deve scambiare la sua debolezza con la debolezza del mondo: se egli non è più capace di sperare altri ne sono capaci. Credo che la nostalgia, che è un sentimento naturale della vecchiaia, non deve volgersi solo al passato. A me non dispiace che non ci sia più il passato, mi dispiace di non vedere il futuro, di cui sono curioso.”